Porti
ravenna
31 ottobre 2025
Gli interrogativi sul futuro delle Autorità di Sistema Portuale
Dalla centralizzazione delle risorse e dal super ente al rischio di una gestione politicizzata
31 ottobre 2025 - ravenna - La storia
Le AdSP, nate nel 1994, hanno garantito autonomia gestionale, reinvestendo localmente per opere, manutenzioni e sicurezza le risorse prodotte dai porti. Un sistema ritenuto virtuoso, perché le entrate restavano sul territorio, generando efficienza e lavoro.
Critiche “pretestuose” (?) e centralizzazione delle risorse
Due sono i rilievi mossi dal Governo al sistema attuale: la mancanza di una programmazione nazionale e l’eccessiva autonomia delle Autorità.
Ma nessun porto ha mai potuto agire da solo. Tutti i grandi interventi sono stati approvati e spesso finanziati da Roma. Quanto alla presunta disomogeneità, lo Stato ha sempre potuto uniformare regole e contrattazioni tramite la Direzione Porti, che però spesso non eserciterebbe pienamente i propri poteri.
Porti d’Italia SpA, il super ente che accentrerà poteri e fondi
La riforma introduce Porti d’Italia SpA, una società pubblica nazionale che gestirà risorse, investimenti e opere portuali, accentrando decisioni oggi di competenza delle AdSP. Potrà assorbire fino al 25% del personale, destinandolo anche ai singoli scali.
Si tratterebbe di un doppione amministrativo che svuoterebbe le Autorità portuali.
Le risorse oggi generate localmente verrebbero trattenute a Roma. Il giorno in cui Porti d'Italia SpA non le dovesse restituire, le AdSP non avrebbero più fondi neppure per la manutenzione.
Il rischio di una gestione politicizzata?
La preoccupazione è che le risorse prodotte in un porto possano essere dirottate verso altri scali, in base a logiche politiche, mentre le risorse locali dovrebbero restare sul territorio che le ha prodotte. C’è poi il timore di una progressiva privatizzazione del sistema, con il passaggio da ente pubblico a società per azioni: sarebbero a rischio le garanzie su lavoro, sicurezza e rapporti con il territorio.
Bastava una regia nazionale, non un nuovo colosso?
Le AdSP non negano la necessità di una visione unitaria, ma contestano la creazione di una nuova struttura centrale. Se serviva una politica nazionale, bastava che i presidenti fossero nominati dirigenti di Porti d’Italia SpA, lasciando intatti gli attuali assetti. Così ci sarebbe una regia senza spostare risorse né duplicare funzioni.
Conclusione
La riforma segna un passo indietro di trent’anni, che rischia di spezzare il legame tra i porti e i territori. Il sistema unico esiste già, servono coordinamento e indirizzi.
© copyright Porto Ravenna News
Le AdSP, nate nel 1994, hanno garantito autonomia gestionale, reinvestendo localmente per opere, manutenzioni e sicurezza le risorse prodotte dai porti. Un sistema ritenuto virtuoso, perché le entrate restavano sul territorio, generando efficienza e lavoro.
Critiche “pretestuose” (?) e centralizzazione delle risorse
Due sono i rilievi mossi dal Governo al sistema attuale: la mancanza di una programmazione nazionale e l’eccessiva autonomia delle Autorità.
Ma nessun porto ha mai potuto agire da solo. Tutti i grandi interventi sono stati approvati e spesso finanziati da Roma. Quanto alla presunta disomogeneità, lo Stato ha sempre potuto uniformare regole e contrattazioni tramite la Direzione Porti, che però spesso non eserciterebbe pienamente i propri poteri.
Porti d’Italia SpA, il super ente che accentrerà poteri e fondi
La riforma introduce Porti d’Italia SpA, una società pubblica nazionale che gestirà risorse, investimenti e opere portuali, accentrando decisioni oggi di competenza delle AdSP. Potrà assorbire fino al 25% del personale, destinandolo anche ai singoli scali.
Si tratterebbe di un doppione amministrativo che svuoterebbe le Autorità portuali.
Le risorse oggi generate localmente verrebbero trattenute a Roma. Il giorno in cui Porti d'Italia SpA non le dovesse restituire, le AdSP non avrebbero più fondi neppure per la manutenzione.
Il rischio di una gestione politicizzata?
La preoccupazione è che le risorse prodotte in un porto possano essere dirottate verso altri scali, in base a logiche politiche, mentre le risorse locali dovrebbero restare sul territorio che le ha prodotte. C’è poi il timore di una progressiva privatizzazione del sistema, con il passaggio da ente pubblico a società per azioni: sarebbero a rischio le garanzie su lavoro, sicurezza e rapporti con il territorio.
Bastava una regia nazionale, non un nuovo colosso?
Le AdSP non negano la necessità di una visione unitaria, ma contestano la creazione di una nuova struttura centrale. Se serviva una politica nazionale, bastava che i presidenti fossero nominati dirigenti di Porti d’Italia SpA, lasciando intatti gli attuali assetti. Così ci sarebbe una regia senza spostare risorse né duplicare funzioni.
Conclusione
La riforma segna un passo indietro di trent’anni, che rischia di spezzare il legame tra i porti e i territori. Il sistema unico esiste già, servono coordinamento e indirizzi.
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