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Interviste

ravenna 21 settembre 2021

FRANCO NANNI (ROCA): «Le nostre aziende sono già nel settore delle rinnovabili grazie all'esperienza dell'oil&gas»

21 settembre 2021 - ravenna - Franco Nanni, presidente del Roca (l’associazione che raggruppa le aziende del settore energetico) nonché tra i fondatori di OMC, è uno dei più autorevoli osservatori del settore
La 15° edizione di Omc si apre all’insegna della transizione ecologica. Quali sono le novità?

OMC2021 sarà pieno di novità. Innanzitutto, potere organizzare la manifestazione in questo periodo è per noi una grande soddisfazione.
Il contenuto di OMC2021 è orientato alla transizione. Quindi, al passaggio dell’energia dal fossile al green.
Le nostre aziende sono già nel settore delle rinnovabili e saranno liete di presentare i propri servizi e specializzazioni anche in questo settore.

Il gas, quindi, assieme alle fonti rinnovabili. Anche se per la verità la produzione di energia da eolico e solare è ancora abbastanza bassa. Riuscirà l’Italia a raggiungere gli obiettivi al 2030 e poi al 2050?
Purtroppo gli investimenti nelle rinnovabili, soprattutto offshore, vanno molto a rilento. In Italia non abbiamo un KW prodotto dall’eolico offshore.
Quindi la transizione difficilmente rispetterà i target prefissati, anche se siamo stati più bravi di tanti altri Stati europei.
Pertanto il gas metano avrà un ruolo molto importante ancora per tanti decenni. Dai dati del MISE, si stima che per i prossimi 30 anni consumeremo gas metano in grandi quantitativi. Per questo motivo dovremmo riprendere le attività di ricerca e produzione in Italia dove abbiamo ancora tante quantità di gas metano.

Perché allora c’è tanto accanimento per non produrre più gas metano in Italia?
Si vuole fare credere che non estraendo più idrocarburi in Italia si possa passare alle energie pulite. Ma è una grande presa in giro agli Italiani, perché non producendo idrocarburi in Italia li andiamo a importare dall’estero pagandoli di più, inquinando di più e, soprattutto, togliendo lavoro alle aziende italiane.

Il settore energetico nazionale vive da anni in una sorta di limbo: si conoscono i divieti che riguardano la produzione di gas, ma non c’è un piano di prospettiva. Facciamo una fotografia alle aziende del settore energetico ravennate.
Le attività offshore in Italia sono iniziate a fine anni ’50 primi ’60. Sono stati anni molto importanti per Ravenna che è diventata la capitale dell’energia in Italia.
Sono nate centinaia di aziende al servizio delle compagnie petrolifere.
Nell’offshore ravennate negli anni ’90 si è arrivati a produrre oltre 25 miliardi di metri cubi di gas metano. Quasi un terzo del consumo nazionale. Nel ravennate lavoravano circa 10.000 persone. Poi è iniziata una campagna per diminuire le attività di ricerca in Italia. E, quindi, una diminuzione delle attività delle aziende ravennati specializzate in questo settore.
Le aziende hanno cercato lavoro all’estero e in parte ci sono riuscite. Nel 1993 abbiamo organizzato il primo OMC per internazionalizzare le nostre aziende.
Però il lavoro e di conseguenza anche l’occupazione è diminuito. Nel 2019 il personale era sceso a 6.000 occupati. Inoltre, dobbiamo fare anche la considerazione che le 10.000 persone occupate nel 1992 erano tutte assunte in Italia e per commesse in Italia. Al contrario le 6.000 persone occupate dalle aziende ravennati nel 2019 erano per il 90% per commesse estere e 3.300 erano italiani e il rimanente assunti all’estero poiché per lavorare in alcuni Paesi è necessario occupare risorse locali.
Il 2020 è stato ancora peggio a causa del COVID19 e della crisi petrolifera mondiale, che ha bloccato molti nuovi progetti.
Le aziende del settore hanno pagato cara la crisi, che ha creato anche 6 procedure concorsuali e la chiusura di 5 aziende.

Cosa si aspetta dal Pitesai?
A fine mese il MITE dovrebbe iniziare a stendere il PiTESAI ovvero il piano generale delle attività minerarie nel territorio nazionale.
Il piano è volto ad individuare le aree dove sarà possibile svolgere o continuare le attività di ricerca, prospezione e produzione di idrocarburi in modo sostenibile. Il PiTESAI deve tenere conto di tutte le caratteristiche del territorio, sociali, industriali, urbanistiche e morfologiche.
Pertanto noi abbiamo presentato osservazioni affinché se ne tenga conto perché il nostro territorio ha un’alta occupazione che dipende dalle attività offshore.
Inoltre, abbiamo fatto notare che in Adriatico si potrà produrre solo gas metano, fonte che stiamo importando e importeremo per decenni.
I recenti aumenti del prezzo del metano che importiamo dovrebbero fare pensare ad avere una maggiore autonomia energetica.

Come valuta progetti, come Agnes, per la produzione eolica e fotovoltaica?
Lo trovo un fantastico progetto, che potrebbe creare migliaia di nuovi occupati e dare lavoro alle aziende ravennati che operano nell’offshore.
È un progetto molto innovativo perché, oltre che produrre energia eolica, produrrà energia con pannelli solari galleggianti che sono una innovativa soluzione molto efficace. Infine, produrrà idrogeno verde con una previsione di produzione di 460 MW.
Potrebbe essere realmente una svolta nella transizione, perché fino a ora non è stato fatto nessun investimento di eolico offshore.
Dobbiamo tenere presente che in Italia il 63% dell’energia elettrica è prodotta da idrocarburi.
Per sostituire l’energia termoelettrica (circa 200.000 GW) dovremmo costruire, ogni anno, impianti per 6.600 GWH per 30 anni e circa il 30% dovrebbe essere offshore.

Le piattaforme dismesse come possono essere reimpiegate nei nuovi progetti di rinnovabili?
Personalmente non credo che le strutture offshore dismesse possano essere utilizzate per produrre energia rinnovabile. Sono state costruite per attività di produzione e non per ospitare pale eoliche. Tuttavia so che sono progetti molto belli, ma non so se siano comparativi. Sicuramente potrebbero essere utilizzate quale complemento alle attività di produzione di energie rinnovabili.
Ho visto molti progetti, per esempio, impianti di rigassificazione per liquefare il gas e trasportarlo a terra con le esistenti sealine.
Un altro progetto è quello di installare un impianto per estrarre il manganese dall’acqua di mare.
Quello che a me piace di più trasformare la piattaforma in un’isola per ormeggiare imbarcazioni da diporto. Per i diportisti locali sarebbe fantastico, poiché non abbiamo isole nel nostro litorale.

Nei confronti del progetto per la cattura, riutilizzo e stoccaggio del CO2 c’è una sorta di accanimento, quando invece nel resto d’Europa piani simili sono sostenuti con fondi pubblici.
Il progetto di catturare CO2 e iniettarla nei giacimenti esauriti è una soluzione per non mandare CO2 in atmosfera. L’alternativa è di continuare a farlo. Siccome avremo bisogno di energia prodotta da idrocarburi per ancora tanti anni, questa è una soluzione per alleggerire l’inquinamento.
Questi impianti si possono pagare con la carbon tax risparmiata.

Come vede il futuro energetico del Paese?
È una domanda difficile a cui rispondere e ci vogliono specifiche competenze.
Sicuramente l’Italia ha bisogno di un piano energetico che si deve inserire nel piano europeo. È una lavoro molto difficile e complicato essendoci interessi da negoziare.
Soprattutto dobbiamo investire in ricerca per trovare energia green che possa essere più competitiva con quella ricavata da fonti fossili. Sono certo che avremo in futuro delle nuove scoperte adatte a tale scopo.
Nell’immediato dovremo investire in impianti green, sapendo che non saranno al momento competitivi con le energie prodotte da fonti fossili. Ma se vogliamo la transizione si debbono fare questi investimenti.
Gli esperti stimano che il passaggio a una energia elettrica green potrebbe avvenire in 30 anni (per i più ottimisti e 50 anni per i più realisti).
Il gas metano in questo periodo sarà indispensabile ed è auspicabile che venga utilizzato quello domestico, anche per essere più autonomi.



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